Something about Reincarnation di Massimo Sannelli

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Guardiamo Reincarnation, il corto di Karl Lagerfeld, anno 2014.

Lagerfeld filma l’imperatrice Elisabetta. Perché? Dal punto di vista della maison Chanel, Elisabetta d’Austria è funzionale: il suo nome è famoso e fa vendere, ovviamente. Ma c’è un livello più alto: dal punto di vista di un bambino – Karl Otto – che si è sentito dire dalla mamma “tu hai sei anni ma io no, quindi parlami pure, ma quando parli fa’ uno sforzo” (“Vanity Fair”, 24 novembre 2015), l’Imperatrice è la Signora delle Signore. È la donna che impone lo sforzo di non essere più bambini. C’è anche un altro sforzo: quello di essere sempre una bocca intelligente, perché “spesso mi trovavo a dover rispondere velocemente alle sue domande, e dovevo anche dare una risposta divertente… se non riuscivo a farlo entro dieci minuti, lei mi dava uno schiaffo” (“Cosmopolitan”, 7 novembre 2013). E la mamma “was very tough, and very nasty. My father was very sweet and her victim. My father found exactly the wife that was not for him. He could never relax” (“The Cut”, 31 marzo 2015).

La mamma di Karl si chiamava Elisabeth, come la nostra Imperatrice. E per Karl il nome Elisabeth significa ancora quello che significava nel 1940: tanto stile, tanti libri e tanti schiaffi. Karl è nato ufficialmente il 10 settembre di un anno che potrebbe essere il 1933 o il 1935. Il 10 settembre è morta l’Imperatrice e Karl è nato, ma poi Karl dirà “je ne suis même pas né le 10 septembre… Je suis intergénérationnel, alors mon âge importe peu” (“Elle”, 18 settembre 2008). Il 10 settembre può essere anche una data fittizia, ma è quella data. E allora Lagerfeld ha due motivi per legarsi all’Imperatrice: un nome di madre e un giorno di figlio, e il giorno è l’anniversario di una morte.

Poi Karl invecchia. Agli occhi dell’anziano, Frau Elisabeth è tough e nasty, ma non è mostruosa. Il fatto è che per giustificarla bisogna diventare l’anima della maison Chanel. Come minimo. Ed è chiaro che per tutta la vita ci sarà il danno collaterale di essere molto – proprio molto – asociali. Come minimo.

Adesso non voglio continuare il poema di Lagerfeld. È stato solo un esempio, utile e luminoso. Parlo di una specie di devozione attuale: non da suddito, non da figlio, non da maschio (cioè uno che desidera). E allora che devozione è?

La devozione è l’effetto di un bisogno furioso e appagato.

Il bisogno è il bisogno di vedere la Bellezza, l’Indipendenza e la Severità riunite, in un solo corpo vivo, di cui riconosceremo un fatto: questo corpo è atipico, ed è assoluto come l’Imperatrice dell’arcano maggiore numero 3.

A questo punto si scopre un livello bizzarro di educazione. È poco umano e poco convenzionale, questo è certo. È l’educazione che ti trasformerà in un oltre-uomo o quasi: ma prima bisogna sopravvivere all’impatto, a sei anni.